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Tags: depressione, adolescenti, dipendenze

La psicopatologia della sedia vuota: gli adolescenti e il senso di fallimento dopo i primi anni del liceo

La psicopatologia della sedia vuota: gli adolescenti e il senso di fallimento dopo i primi anni del liceo

fonte: RomaItalia Lab www.romaitalialab.it
data: 14-5-2014

L'incontro vivo con la psicopatologia permette un accesso alla riflessione antropologica sulle modalità di organizzazione dell'esperienza dell'uomo, rappresentando una possibile via di individuazione di strutture portanti la formazione della coscienza.

Tali strutture sono naturalmente calate nelle categorie culturali e sociali del tempo storico in cui la (pato-)biografia dell'individuo si viene dipanando. Ogni epoca storica ha in questo senso avuto la sua patologia paradigmatica.

All'inizio del 900, ad esempio, in un mondo caratterizzato a livello sociale dal prevalere di dispositivi antropologici volti alla repressione delle istanze di autoaffermazione ed espressione di Sé dell'identità femminile, l'isteria ha rappresentato il quadro psicopatologico d'elezione su cui cimentare il nascente metodo psicanalitico e costruire la riflessione sul mondo intrapsichico dell'individuo, andando alla ricerca delle istanze libidiche soffocate dall'istituto sociale e familiare interiorizzato da parti dell'apparato psichico stesso.

Attraverso il mutare del clima storico e delle matrici sociali alla base dello sviluppo dell'individuo, si sono via via sostituiti quadri psicopatologici paradigmatici diversi. Fermo restando il grande tema della schizofrenia, sorta di basso continuo della ricerca psicopatologica, nel corso del tempo si sono andati affrontando nuovi quadri emergenti di patologia: il disturbo borderline, i disturbi affettivi (all'inizio in particolare la depressione e quindi il disturbo bipolare), patologie prese a modello della sofferenza caratteristica di un certo momento storico.

Oggi accade che, nel nostro campo di osservazione, si venga con prepotenza a delineare la comparsa di una sofferenza caratterizzata da una radicale caduta di senso in adolescenti, giovani adulti. Il quadro a suo modo tipico è rappresentato da un ragazzo o una ragazza generalmente tra i 16 e 18 anni, fino a quel momento brillante a scuola e "tranquillo" in famiglia, che improvvisamente perde motivazione, sembra assalito da un senso di nausea e ripulsa per tutto, in particolare nei confronti della scuola e dello studio, si chiude in un mutismo emotivo privo di parole significanti e sviluppa una tendenza a un isolamento difensivo nei confronti dell'altro.
Sono ragazzi e ragazze che provengono da famiglie spesso agiate, hanno spesso fatto attività ludiche ricreative organizzate in corsi, attività sportive magari svolte con successo, fino a volte a livelli agonistici.
La sofferenza è evidentemente visibile, ma non facilmente comunicabile e traducibile. Per la persona è una drammatica caduta di motivazione esistenziale. Sfiducia nelle parole dell'altro e vuoto rabbioso si accompagnano alla tendenza ad agiti compensatori. L'uso eventuale di sostanze approfondisce il solco tra sé e la realtà.
La comunicazione con la famiglia è bloccata, irrigidita in una ghiacciata distanza, alternata a ritorni anche violenti, ma non risolutivi, verso modalità regressive di richiesta di attenzione ed aiuto. Cosa sta succedendo? Ci si chiede…
I ragazzi non sono in grado di esprimere a parole il senso di crollo subito, non hanno strumenti, parole in grado di decodificare il groviglio emotivo che li attanaglia.
Si ha l'impressione di avere a che fare con personalità profondamente asimmetriche. Da una parte una sorta di ipertrofia delle capacità e competenze cognitive, espresse attraverso un linguaggio articolato, razionalizzante, tecnologico. Dall'altra si osserva una sorta di ipotrofia del linguaggio emotivo-affettivo al limite dell'analfabetismo.
Sembra difficile per loro esprimere in modo autentico ed articolato contenuti emotivi che emergono sopratutto attraverso i silenzi, gli sguardi o in modo esplosivo attraverso sentimenti dilaganti di rabbia che coprono comunque un senso di arida insoddisfazione verso tutto. La posizione esistenziale è quella del ritiro, della rinuncia spesso accompagnata da un senso generale di fallimento personale.

La detonazione di tale crisi si ha a scuola. Frequentano spesso istituti liceali blasonati, riconosciuti storicamente come incubatori della futura classe dirigente. E' impressionante sentirsi raccontare il progressivo odio accumulato nei confronti dell'impegno scolastico che sfocia in un disinvestimento totale nei confronti di qualsiasi oggetto di insegnamento. "Tutto quello che viene toccato dalla scuola diventa nero, privo di vita, insopportabile" dicono. La presenza a scuola diventa minima e seppure non si arriva in tutti i casi a una vera e propria modalità di abbandono della frequenza scolastica, si ha l'impressione di un distacco emotivo estremo, inizialmente messo in atto come scudo difensivo. Sono sedie vuote quelle che sono occupate da questi ragazzi.

Molti di loro cambiano scuola cercando un sollievo che per qualcuno è reale per altri è solo transitorio e si accompagna comunque a un profondo travaglio dato dal senso di fallimento delle proprie capacità. Nel precedente anno scolastico, ad esempio, in un noto liceo romano, sono state circa 100 le domande di nulla osta per trasferimento in altre scuole, con una percentuale superiore al 13% dell'intera popolazione di studenti.

Il quadro psicopatologico non si cristallizza immediatamente in complessi sintomatologici precisi bensì è fluttuante, pericolosamente aperto a soluzioni legate alla dipendenza da sostanze.
Una parte, forse la più fortunata o quella più evidentemente in sofferenza, si rivolge a forme diverse di sostegno psicoterapico. E' un incontro delicato, sempre in bilico sul versante della possibile delusione e ricaduta in una sensazione di impotenza ed assenza di speranza. Altri rischiano di incontrare il sempre più diffuso versante "tecnologico" della psichiatria, che risponde in modo simmetrico al loro vuoto di senso attraverso una terapia esclusivamente farmacologica, in una sorta di amplificazione del assenza di risposte che tra l'altro è destinata a perdere, nei casi in cui coesista una tendenza alla dipendenza già messo in atto, nella competizione con le ben più potenti gratificazioni ricavate dall'uso di sostanze.

Il rischio è di una veloce escalation del disturbo e la possibile strutturazione di una identità percepita e classificata come malata. Le etichette diagnostiche più frequenti diventano allora quelle di disturbo di personalità di Cluster B, sindrome depressiva e al momento, molto di moda tra gli psichiatri orientati biologicamente, di disturbo bipolare.
Ma quali sono le categorie, gli ordinatori di significato con cui tentare di decodificare questi quadri?

Il primo, in termini cronologici, sembra potersi rintracciare in una precoce e intensa modalità di funzionamento improntata sulla competenza e soddisfazione delle spinte di autoaffermazione e conferma narcisistica di genitori preoccupati di creare le condizioni per un'educazione ineccepibile su un piano formale ma meno in contatto con aspetti emotivi propri e del ragazzo. Sono stati già da tempo descritti, in ambito psicoanalitico, sviluppi cosiddetti a tipo Falso Sé (Winnicott) caratterizzati da una struttura di personalità di copertura, tendenzialmente compiacente e quindi inautentica, legata in modo causalmente solido a possibili evoluzioni in età adulta di disturbi di personalità.
Bowlby negli studi sull'attaccamento, iniziati negli anni 50 del secolo scorso, ha peraltro individuato modalità di relazione precoci strutturate su modelli operativi interni legati alla necessità di difendersi da una relazione con l'altro, sentita non in grado di soddisfare i reali bisogni di sicurezza e vicinanza del bambino.

Quello che diversifica i quadri da noi incontrati con quanto sopra descritto, appare risiedere nel ruolo svolto da ulteriori fattori traumatici, rappresentati dalle condizioni sociali e dai dispositivi culturali disposti sulla linea di sviluppo evolutivo, rispetto a fattori di vulnerabilità strutturalmente legati a pattern relazionali precoci.
La categoria prevalente e implicitamente pervasiva a cui vengono infatti istradati appare essere quella della competizione: si deve avere successo, essere brillanti, competenti, riconosciuti negli ambiti in cui ci si trova a misurarsi e confrontarsi con l'altro.
Scarsa attenzione viene data alla spontaneità, alla capacità di sopportare piccole e grandi frustrazioni, alla conoscenza e condivisione dello sforzo dell'altro vissuto come con partecipe dell'attività. A costo di una ipertrofia e relativa ipotrofia di ambiti della personalità sopra descritti, si chiede implicitamente di incamerare nozioni, informazioni, digitalizzando e minimizzando contenuti emotivi.

Sono ragazzi che non imparano a perdere ad accettare la sconfitta, a non sentirsi invasi da un senso di fallimento se messi in discussione su un piano delle loro performance. Una struttura così fragile ed esposta al rischio dell'insuccesso, vissuto come pericoloso crollo della propria autostima, incontra la scuola. Le scuole superiori ripresentano infatti una condizione isomorfica di fragilità e sembrano quindi svolgere un ruolo patogenetico specifico. Gli insegnanti di liceo, spesso e senza naturalmente generalizzazioni assolutizzanti, sembrano soffrire di una medesima ipotrofia emotiva e bisogno di riconoscimento narcisistico, a scapito di una comprensione empatica e autentica dell'altro. Frustrati su un piano del riconoscimento sociale, anche da un punto di vista economico, privi di strumento emotivi per cogliere le fragilità e i vuoti formativi di questi ragazzi, esasperano il tema della competitività e in modo freddo, in qualche caso esplicitamente sadico, pretendono che venga sacrificato all'altare della "loro materia" il tempo e le energie del ragazzo.

All'inizio della scuola sembra essere posta una sottile linea di partenza e l'unica meta meritevole di attenzione è il traguardo finale caratterizzato ancora una volta dal successo performativo. "L'unico imperativo è vincere" canta Frankie Hi-nrg. La totale e anacronistica assenza di attenzione nei confronti del concetto di cooperazione, condivisone, apporto creativo gruppale, acuisce una condizione di solitudine dei ragazzi posti di fronte all'unica necessità di superare l'ennesimo ostacolo per salvaguardare una propria immagine di competenza e autostima.

Dalla complessa interazione di questi fattori, personale, familiare e sociale, sembra così emergere una sofferenza che in modo numericamente allarmante coinvolge decine e decine di ragazzi che, dopo pochi mesi dall'inizio dell'anno scolastico, "decidono" di cambiare scuola optando per licei meno esigenti in termini di profitto, magari privati, attraversando comunque il travaglio del possibile senso di fallimento e il rischio della relativa caduta dell'immagine di sé. Ma i soggetti più a rischio sono coloro i quali a costo di grandi sforzi emotivi, facendo leva sulle propri capacità cognitive, resistono e "mantengono il punto".

Come dicevamo il crollo avviene dopo i primi anni di liceo, giunti ormai a una condizione di svuotamento di senso, di rabbia accumulata, intrappolati nella loro corazza narcisistica che però non permette uno scambio nutriente con l'esterno, impossibilitati a venire a patti con l'immagine di sé fino a quel momento mantenuta.
Queste situazioni meritano di essere quindi secondo noi analizzate nella loro complessità, individuando i fattori costitutivi della loro insorgenza e raccogliendo l'indicazione di una sofferenza strisciante che, se espressa in modo eclatante da pochi, è vissuta da molti.

L'intervento psicoterapico, magari anche associato ad un iniziale giudizioso sostegno farmacologico nei casi più impegnativi, può aiutare e persino risolvere il singolo caso. Un lento, paziente ascolto e autentico dialogo, volto a co-costruire inizialmente brandelli di significato emotivo condiviso con lo scopo di organizzare una personalità più autentica ed armonica, sono dispositivi di cura preziosi e insostituibili per evitare cristallizzazioni in senso patologico.
D'altra parte, da specialisti della salute mentale, assumendo uno dei compiti ineludibili del nostro ruolo professionale, non possiamo restare muti e non segnalare la necessità ineludibile di ripensare in modo profondo l'iter formativo complessivo a cui sembrano destinate le nostre giovani generazioni.
La famiglia e la scuola devono rivedere i propri pattern educativi e mettere in discussione paradigmi profondamente distorti e sostanzialmente ingiusti. La competitività esasperata, non controbilanciata da uno sviluppo delle capacità emotive personali e dal continuo apprendimento alla collaborazione e cooperazione con l'altro, non può che generare anaffettività ed alienazione.
Abbiamo bisogno di persone con la loro presenza nel mondo e non di sedie vuote…

Mauro Pallagrosi
Psichiatra, Università La Sapienza di Roma

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